La notizia della morte di Lucio Magri mi ha molto colpita. Ho conosciuto Magri tanti anni fa nel pieno della sua felicità politica. Ricordo di essere stata folgorata dalla sua bellezza e dalla sua intelligenza festosa e ironica. Un uomo che qualsiasi donna avrebbe volentieri corteggiato. Peccato che fosse già impegnato.
Ora leggere della sua crudele decisione di tagliare ogni rapporto con la vita mi sorprende e mi addolora. Istintivamente si pensa: chissà se discutendo, magari arrabbiandosi, non avrebbe rinunciato a darsi la morte. Ma è un pensiero infantile perché sono sicura che gli amici del
Manifesto e le persone a lui care hanno provato in tutti i modi a fargli cambiare idea. La sua decisione deve essere stata talmente radicale e profonda da rifiutare ogni consolazione. Dicono che la risoluzione sia stata provocata dalla morte precoce di una moglie amata. Può darsi. I rapporti di ciascuno di noi con la morte sono misteriosi e profondi e nessuno dovrebbe sindacare sulle decisioni che si prendono, ma solo «simpatizzare» con il dolore.
Certo colpisce la determinazione razionale con cui ha affrontato le cose. Un uomo che di impeto si butta sotto un treno o che ingoia una manciata di pillole e muore fra atroci dolori non fa lo stesso effetto di chi a freddo inizia un percorso anche burocratico verso la propria eliminazione: l’appuntamento col medico, la prenotazione del biglietto e forse anche di un albergo se l’operazione è prevista di prima mattina, la scelta dei vestiti (ci sarà bisogno di una valigia?). E quanti soldi bisognerà portarsi dietro? E chi deciderà del funerale? Cremazione o sepoltura? Ogni cosa deve essere stabilita in anticipo e con precisione. Ecco è proprio questa precisione e il controllo sulle emozioni che impressiona. Ci vuole coraggio per essere coerenti fino in fondo.